La crescita di un artista: “My name is” di Peppe Santangelo

Ho iniziato tardi ad ascoltare jazz, non ricordo precisamente l’anno, ma dovevo avere già ventidue anni almeno quando ho incontrato “Kind of Blue” di Miles Davis. Per un ragazzo che veniva dal rock, dal metal, anche dalla classica se vogliamo, il jazz aveva sempre riservato quell’aurea strana e quasi mistica.

È con quel disco che ho iniziato ad appassionarmi a quella musica fino ad allora da me considerata innavvicinabile, e spinto dalla voglia che ho sempre di provare, sperimentare, toccare con mano, ho iniziato dopo un paio di anni a prendere lezioni di sax. Il mio insegnante era tal Peppe Santangelo. Quello che più mi colpiva di lui non erano tanto le questioni tecniche quanto il fatto che, spesso, durante le lezioni, ci si soffermava a riflettere su quelli che erano anche gli aspetti filosofici (lui direbbe “animici”) della musica, ciò che quindi si celava dietro le note scritte sulla carta o incise sul disco. Così, nonostante due background diversissimi (lui ha iniziato a studiare e suonare questa musica a tredici anni), avevamo qualcosa in comune, la passione per lo studio, per la ricerca, per la filosofia e per tutto quello che si può considerare “metafisico”.

Interruppi le lezioni dopo breve tempo, avevo noleggiato un sax tenuto insieme con lo scotch e il rapporto con il vicinato di certo non poteva trarre giovamento dalle ore passate a esercitarsi su “Amazing Grace”. Io e Peppe siamo però rimasti in contatto, abbiamo avuto occasione di lavorare insieme su qualche mia produzione, ad esempio in occasione del disco “From Another City”, il primo disco del cantante Fabio Mancini, realizzato tra Australia, Stati Uniti e Italia,  e soprattutto ho seguito il lancio sul mercato di “Darshan” il primo disco del suo progetto “Apramada Project”, l’inizio di un percorso ispirato alla filosofia buddista, che riprendeva i temi e gli arrangiamenti che avevo sentito suonare al piano da Peppe qualche anno prima, a ridosso delle lezioni. Un progetto davvero intenso, concepito come la traduzione in musica di un pensiero, di un cammino verso l’illuminazione, che ho avuto l’opportunità di vedere live nel 2017 a Milano.

È a Dicembre 2018 che Peppe mi ha fatto conoscere il suo nuovo progetto, il Peppe Santangelo Nu Quartet, che, con una formazione del tutto inedita, porta alla luce il primo disco che reca in copertina il nome di questo autore e compositore. 

Ho avuto il piacere di poter seguire da vicino le fasi finali della realizzazione dei brani e di poter discutere direttamente con Peppe riguardo la loro concezione, ma anche di conoscere gli straordinari musicisti che formano il quartetto e che hanno contribuito alla realizzazione di questo disco.

La formazione è: Peppe Santangelo al sax, Gabriele Orsi alla chitarra, Francesco di Lenge alla batteria e Yazan Greselin all’organo hammond.

Analizzare un disco così pregno e ricco di sfumature non solo musicali ma anche e soprattutto extra-musicali non è di certo un’operazione semplice, né è mia intenzione stilare una recensione “d’esame”, ovvero atta a promuovere o bocciare questo o quell’aspetto della produzione. Cercherò perciò di raccontare “My name is” semplicemente dal mio punto di vista.

Per capire questo disco è sufficiente partire dal titolo: “My name is”. L’operazione svolta da Santangelo è stata infatti quella di comporre, nell’arco di poco meno di un anno, nove brani originali ispirati ai musicisti che più lo hanno influenzato. Il disco si apre quindi con Sonny, dedicata a Sonny Rollins, ma troviamo poi anche Wayne, per Wayne Shorter, John per Coltrane, e così via. “My name is” ci dice quindi il compositore, il mio nome è Wayne, John, Sonny, Thelonious, perché tutti insieme hanno costruito la sua identità artistica e musicale. L’ultimo brano è poi Peppe’s Groove, in riferimento all’autore stesso, a indicare che, dopo aver ringraziato e omaggiato i compositori che tanto gli hanno dato, Santangelo è pronto per prendere la sua strada, personale e ormai ben delineata.

Il video in studio

Il disco si articola in un jazz/fusion alle volte davvero intricato, ma che non dimentica mai l’importanza della melodia. Ciò lo rende fruibile sia a un ascoltatore attento ed esperto, che non mancherà di trovare soddisfazione nell’analisi armonica e ritmica dei brani, sia a un semplice appassionato, che si lascerà trasportare dal groove e dalle suggestive frasi che Santangelo propone.

Le composizioni inoltre prendono spunto dagli autori citati nei titoli in maniera molto sottile, attingendo qua e là dal loro modo di approcciarsi alla musica, tanto che è molte volte difficile individuare tali riferimenti; lo stile di Santangelo emerge inoltre in maniera preponderante, e anzi spesso le idee iniziali sono sviluppate in modi che gli artisti ai quali Santangelo si ispira non avrebbero mai eseguito. Un esempio su tutte è la ballad Dexter, dedicata a Dexter Gordon, che si configura come una ballad moderna, con tempi dispari e un’insistente ma varia melodia.

Gli omaggi ai musicisti che hanno influenzato Santangelo spesso non sono presenti in temi riconoscibili o nelle strutture, quanto più nelle soluzioni che secondo l’autore tali artisti avrebbero gradito. Ecco che quindi si possono trovare in “Pat”, il brano dedicato a Pat Metheny, i fraseggi di chitarra che si dipanano sotto la melodia suggerita dal sax; una soluzione tipicamente Metheniana, costruita su una struttura ritmica estremamente complessa, che varia metrica in ogni misura, non ottenebrando però la melodia, che rimane sempre ben presente e cantabile.

Non tutte le dediche riguardano però musicisti del passato: uno degli artisti più amati da Santangelo è infatti Chris Potter, sassofonista statunitense, che viene ricordato e ringraziato dall’autore con il brano “Chris”, del quale è disponibile anche il video, girato in studio, al momento della registrazione. Si tratta di uno dei brani con più groove dell’intero album.

Interessante dal punto di vista compositivo e armonico è l’impiego di Greselin e Orsi all’hammond e alla chitarra. Il pianista si divide infatti letteralmente in due, svolgendo anche le mansioni del basso, arricchendo e accompagnando le armonie e i pattern con giri ricchi di groove, anche molto complessi, che rendono l’esperienza di ascolto ancora più ricca. Diverso invece è il ruolo di Orsi alla chitarra, che spesso va a sottolineare e rimarcare i temi proposti dal sassofono, come fosse anch’essa uno strumento a fiato. Si ha quindi un colore sonoro che sposa la tessitura acustica del sax con la potenza dello strumento elettrico (grandiosamente padroneggiato da Orsi), il quale si sposta nel ruolo di accompagnamento solo quando viene lasciato lo spazio ai soli dell’hammond.

Il grande impatto sonoro dell’album è dato anche grazie alle incalzanti ritmiche della batteria di Francesco di Lenge, che insieme agli altri strumenti regala diversi momenti di quasi jazz/rock, momenti nei quali tra l’altro la complessità dei brani si riesce a celare dietro al grande coinvolgimento restituito in termini di groove.

Dal punto di vista della produzione, il fonico Stefano Spina ha saputo confezionare un prodotto eccellente, nel quale tutti gli strumenti hanno respiro, dinamica, ma anche il giusto peso e impatto. Un mix denso, dovuto anche alla ricchezza e alla profondità dell’arrangiamento, ma nel quale ogni colore timbrico rimane distinto e individuabile, restituendo la sensazione “live” cercata da ogni musicista jazz.

“My name is” segna quindi un traguardo per Peppe Santangelo, un traguardo che è sia un punto d’arrivo che un punto di partenza. Nell’artwork del disco vediamo infatti  Santangelo mirare un percorso, che è probabilmente sconosciuto e diverso rispetto a quello compiuto finora. Attendiamo quindi curiosi di vedere dove tale percorso lo porterà, ora che si è chiusa la porta dell’omaggio e del ringraziamento verso il passato e non solo, verso l’altro, e si è definitivamente aperta la la strada a una via del tutto nuova per l’artista e per chi l’accompagna.

E’ possibile ascoltare e acquistare il disco direttamente dall’artista a questo link https://peppesantangelo.bandcamp.com/releases